BIBLIOMANZIA 2. UN PO’ DI STORIA

La bibliomanzia fu praticata dagli indovini nei templi italici, come Preneste e Cere e fu adottata, secondo gli storici, anche dall’imperatore Adriano, da Alessandro Severo e da Claudio II (notamente non degli idioti). Poiché oltre ai libri (che erano meno comuni di oggi) venivano utilizzate delle pedine su cui erano scritti dei versi, pedine che bisognava pescare da un vaso, si verificò che fu attribuito il termine sors a qualsiasi oggetto utilizzato per predire gli avvenimenti, in un misto fra magia e lotteria. Il vocabolo “sortilegio” deriva dagli antichi indovini, detti “sortilegi” perché “tiravano e leggevano le sorti” (cioè le pedine, come se uno leggesse nei dadi delle storie invece che dei numeri).

Per un certo periodo i cristiani adottarono la Bibbia e il Libro dei Salmi, così che la bibliomanzia fu definita Sortes Sanctorum, mentre nell’Islam utilizzarono il Corano e gli Hafiz. In ambito protestante le sortes ricevettero il nome di Vergilian Lots, ma furono affiancate anche dalla Bibbia e dalle opere di William Shakespeare.

Anche S. Agostino e S. Francesco utilizzarono l’antico rituale: Agostino racconta nelle Confessioni di aver maturato la propria conversione grazie alle parole della Bibbia, aperta a caso dopo aver sentito dei bimbi che – mentre lui era in meditazione – gridavano “tolle, lege”, che significa “prendi e leggi”. Diventato vescovo, Agostino tollerò la bibliomanzia “purché non adoperata per fini terreni”. San Francesco, invece, avrebbe aperto tre volte i Vangeli per conoscere la volontà divina in merito alla Regola da istituire. Attraverso il tempo fu condannata dalla Chiesa.

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